BIOGRAFIA

Disegno e dipingo fin da bambina: è sempre stato un modo naturale di guardare le cose, al pari del

teatro e di ogni altra forma che l'arte ha assunto nella mia vita.


Sono avvocato, e lo sono tuttora: udienze, atti, clienti restano la mia quotidianità.


Per anni la pittura è rimasta sullo sfondo, compressa dallo studio, dalla professione, dalla famiglia:

mai del tutto assente, solo in attesa. Poi è tornata, questa volta per restare, e ho cominciato a

ritagliarle uno spazio serio tra un impegno e l'altro.


A Parigi, dove ho vissuto alcuni mesi lavorando

da remoto e lasciandomi ispirare dalla città, ho capito che le due vite — quella dell'avvocato e

quella dell'artista — potevano convivere senza escludersi a vicenda. Per quanto tempo ancora, non

saprei dirlo: la pittura si è già presa ogni ritaglio libero che avevo, e adesso, finalmente, mi concedo

anche i sacrifici che le servono.


Oggi la mia ricerca si muove nell'astrazione, tra materia e colore, nel tentativo di dare forma e corpo a ciò che le parole non riescono a dire. Chi mi conosce sa che sono abituata a parlare, ad

argomentare, a convincere — è il mio mestiere. Ma davanti a una tela non sono più io a parlare:

sono le opere a raggiungere chi le guarda, e a lasciare che ciascuno le cali nel proprio mondo.

Nota critica della Curatrice

La pittura di Claudia Bisson nasce da un'urgenza personale e nel tempo si allontana dalla

dimensione autobiografica per misurarsi con questioni che riguardano tutti: la memoria, la fragilità, il conflitto, l'inconscio, il rapporto tra distruzione e rinascita.


Il suo è un percorso differente rispetto alla consueta formazione artistica: la formazione giuridica

affiora nella sensibilità al limite, alla regola, alla frattura — elementi che tornano, sul piano visivo,

nella tensione tra ordine e disordine, controllo e impulso.


La materia occupa un posto centrale nel suo lavoro. Segno, stratificazione, densità, abrasioni, aperture, sovrapposizioni non sono elementi compositivi ma strumenti per rendere visibile ciò che normalmente resta sommerso: superfici compatte convivono con fratture e percorsi fluidi, campiture profonde interrotte da tensioni lineari e variazioni di consistenza. La tela diventa uno spazio di sedimentazione, dove l'esperienza sembra depositarsi, modificarsi e riaffiorare.


Il colore, in questo processo, costruisce il significato: ogni scelta cromatica è legata al contenuto

dell'opera e ne determina l'atmosfera emotiva. I pigmenti si fanno cupi e profondi quando il lavoro

attraversa la memoria o la perdita, si accendono quando entrano in gioco energia e possibilità, si

stratificano fino a rendere incerto il confine tra superficie e profondità.


I riferimenti di Bisson guardano al secondo Novecento: la forza materica di Alberto Burri, la libertà

gestuale dell'Espressionismo astratto e dell'Action Painting, da Pollock a de Kooning —

approfonditi anche attraverso lo studio diretto delle tecniche e dei processi, prima di diventare

coordinate storiche da cui l'artista ha saputo prendere le distanze per costruire un vocabolario

riconoscibile.


Opere come Territori dell'inconscio restituiscono una vera e propria geografia psichica: linee,

correnti e fratture che si leggono come tracce di pensieri e stati emotivi, senza offrire una lettura univoca. Accanto a questa ricerca interiore, una parte significativa del lavoro di Bisson affronta il

presente storico e le sue ferite — Genesi, Apocalisse, Echi di distruzione — evitando la

rappresentazione descrittiva dell'evento per restituirne la pressione emotiva: la violenza, la perdita, e insieme la capacità di continuare a generare possibilità anche dentro la distruzione.


È in questa tensione — fra gesto e struttura, materia e pensiero, ferita e trasformazione — che si

definisce oggi l'identità artistica di Claudia Bisson.

Michela Barausse, Curatrice di Claudia Bisson